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venerdì, 25 maggio 2007
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PRO NATURA FIRENZE SOC. CANOTTIERI FIRENZE
invitano alla presentazione del libro
IL VOLO DELLO STRUFFELLO
Liberodiscrivere® edizioni
che avrà luogo
Sabato 16 Giugno alle ore 17,30
presso la Sala Conferenze della Canottieri,
Lungarno A.M.L. de’ Medici 8, Firenze.
Presenterà il volume lo scrittore Gianni Marucelli.
Interventi musicali della Ensemble Coincidencia (Donatella Alamprese, Marco Giacomini).
Lettura dei testi a cura di Gabriella Bigi e Giovanni Pacini.
Al termine della serata, brindisi con gli Autori.
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mercoledì, 16 maggio 2007
Tenuto in riga.
Non uno sgarro
nella linearità
sempre perfetta!
Vanesio e altero
d’orgoglio vestivo
e mi mostravo
come d’abitudine
tronfio e in parallele righe….
……...sempre..
…….. sempre!
Capitasti poi tu
nella mia vita,
scoppiettante,
estrosa
e impenitente,
ed ebbi la pretesa
d’insegnarti l’arte
del tenermi in riga;
ma fosti deboluccia
in geometria
e per la verità
anche in grammatica
ché scaricasti
sul mio tronco
il basto
tanto ch’io dovetti
impugnare il ferro
lungamente
e a più non posso!
Al dunque….fuggisti!
Ed io
che mi ritrovo solo
allineo gambali sull’asse
e la mia vita é ritornata
in riga e in parallelo
dalla cintola in giù…..
……senza bordello!
sabato, 12 maggio 2007
IN
MEMORIA DI MIA MADRE
.
Sei forse la cantilena
dei carri dei padri
o fresca brezza di tramontana
o desiderio dell’aurora
al soffio della vita.
Memorie lontane
al capezzale del tempo
piegate, avvizzite, rinate.
Bramato olocausto
smarrito e consumato
alla finestra della vita
gioiosa alimenti ogni giorno
il domani.
venerdì, 11 maggio 2007
AL DI LA’ DELLO SPECCHIO
Parte I – Il Sindaco con gli occhi, uno, “guardillo” e l’altro, “dormillo” -
Non ricordo con precisione quando, ma, di certo, era già trascorsa l’estate dell’anno ottantacinque del secolo scorso.
A luglio, di quello stesso anno, ero stato elettto sindaco nel mio comune delle Quattro Rocche.
Un paesino del seicento, di quasi dodicimila anime, arrampicato su una dolce collina, ad un tiro di lupara dalla città di Trapani; famoso, ahimé, non certo per l’esclusiva produzione di una cucurbitacea, dolce e cristallina, conosciuta nei mercati più esigenti e raffinati come " melone giallo d’inverno del tipo cartucciaro”, né per l’intenso ed ineguagliabile sapore “dell’aglio rosso” della frazione di Nubia, ma, a motivo della sua…… “alta, densità, mafiosa”.
Il mandato sindacale mi aveva tolto del tutto quel poco tempo di cui già disponevo; ed al lavoro, quello in ufficio, in famiglia e quello dei campi, avevo assommato quello di partito, di maggioranza, di giunta, di consiglio, di preconsiglio e di rappresentanza, col risultato di chiudere gli occhi, quasi subito, nei momenti in cui prendevo sedia, alternandoli però in modo che uno fosse sempre “guardillo,” e l’altro “dormillo”.
Parte II – La telefonata dell’Organo Inquirente-
Ero al lavoro quella sera quando da casa mi telefonarono per informarmi che avevano fornito il mio numero d’ufficio al Comando Provinciale dei Carabinieri di via Orlandini che avevano chiesto di me, segnalando l’urgenza di sentirmi quella stessa sera, e notizie della mia macchina, una Dyane 6 colore aragosta.
Col pensiero di essa, lasciai subito dopo l’ufficio, ma la ritrovai al solito posto, nel parcheggio dietro al vescovado, sotto l’attenta vigilanza di Manuele, un omone a cui avevo affibbiato l’etichetta di: “ultimo superstite di Waterloo,” per via del bastone che lo teneva in equilibrio nei movimenti incerti e danzanti della sua gamba di legno.
Manuele s’era sposato avanti negli anni, con una donna più giovane di lui, piccola e tonda, scorticata e mondata come un “carrateddu*.”
Lei lo tiranneggiava costringendolo a fare il posteggiatore abusivo per arrotondare la magra pensione, e lui, al bisogno, spostava le macchine a forza di spallate e di bastone , che usava, all’arma bianca, infilzando le carrozzerie.
Io, credo, che avrebbe fatto meglio a volgerne la punta contro il “carrateddu!”
A casa appresi che i carabinieri avevano chiamato altre due volte.
Cercai il loro numero sulla rubrica e li richiamai.
Mi fu risposto che il mio referente aveva lasciato l’ufficio.
Conclusi la serata con la cena e mi misi a letto.
Mi aspettava per il giorno dopo un intenso lavoro: avevo convocato il Consiglio per le diciotto.
Parte III – Ordine di comparizione –
L’indomani mi ritrovai di buonora nella mia stanza di sindaco; un grande salone, di forma rettangolare, con diverse porte d’accesso dall’interno del palazzo, sul lato lungo dell’ambiente, ed infissi sull’intera parete del lato corto, che, contrapposti alla mia scrivania, consentivano che lo stanzone s’inondasse di luce ed anche di potersi affacciare, accedendo al balcone posto al primo piano sulla via Amendola.
La costruzione era stata realizzata negli anni sessanta, in stile fiorentino, dopo la demolizione del vecchio municipio, progettato, senza alcun compenso,dall’ingegnere agronomo Auteri, zio della mia nonna paterna, agli inizi del novecento.
Non mi sono mai sporto da quel balcone, e non so ancora oggi se per la mia innata riservatezza o per una sorta di solidale rispetto per il mio antenato.
Certo però, un municipio in stile fiorentino, per quanto io ami Firenze ed i fiorentini, nel mio paese,
a vocazione rurale e con le coperture dei tetti delle case in tegole d’argilla e coppi, francamente non ce l’avrei visto!
Qualcuno potrebbe osservare che sono miope! Ed è vero, ma non fino a questo punto!
Mi sedetti alla mia scrivania, sulla sedia “gestatoria”; un po’ più su, alle mie spalle, la foto del Presidente della Repubblica campeggiava al centro della parete, alla sua ed alla mia destra il tricolore in compagnia delle stelle del drappo dell’UE, e in posizione mancina il labaro del comune con i perfili dorati ed al centro le cicare fra le strisce.
Dopo le rituali, quotidiane telefonate per conoscere dell’andamento dei servizi, quasi perennemente votati alla deficienza, e soprattutto dell’afflusso di acqua potabile nel cisternone di distribuzione di contrada Porticalazzo, sfilai la prima proposta di delibera al consiglio dalla pila di quelle che già erano state in ostensione.
Frattanto, i cantonieri, aperte tutte le porte, si apprestavano a preparare i banchi per la seduta serale di consiglio.
Curvo sulla scrivania nella lettura, fui colpito dall’eco cupa e perentoria di una voce: “ E’ lei il signor…….(seguirono cognome e nome).”
Chi vive realtà difficili impara presto ad intuire e capire ogni pur minima espressione dell’ambiente, per prevenire pericoli o trovare le risposte più adeguate agl’improvvisi e disparati accadimenti.
Quella voce era una poltiglia di rabbia e di rancore, sparata, coi rimbombi, in quel salone, contro di me ed al mio bersaglio grosso.
Non mi cataminai d’un pelo, alzai solo gli occhi sopra le lenti.
La sua figura, di buona stazza,, si stagliò ai miei occhi, in controluce, dall’altro lato del salone, con il suo impermiabile grigio antracite come la cuccumella che portava in testa, con le tese calate a coprire gli occhi.
Venga, venga avanti, si accomodi, gli dissi. Ma mi arrivò lo sparo dell’altra canna: “ Venga, venga piuttosto lei qui, qui da me.”
Stavo per eruttare: “ Incivile pezzo d’idiota, io sono a casa mia….” Ma mi trattenni e riesumai il buon senso dall’antico adagio che così consiglia: “ Quando l’estraneo è in casa, la mala cera non serve a niente.”
Così, lemme lemme, mi tirai su dalla sedia ed a passo deciso lo raggiunsi.
Lui aveva poggiato, intanto, la sua cartella su un banchetto e tirato fuori un incartamento che mi porse per la firma.
Sottoscrissi e ne staccò una copia per me. Se ne andò così come era venuto, senza salutare e con il fiele in corpo.
La relata di notifica prescriveva a mio carico l’obbligo di recarmi, quello stesso giorno alle ore sedici, presso il comando provinciale dei carabinieri per essere ascoltato a fini di giustizia e con l’avvertenza, se non l’avessi fatto, dei rigori della legge, secondo gli articoli…..
bla, bla, bla.
Parte IV – L’Attesa.-
Fui dietro il portone del comando provinciale dell’Arma fedele nei secoli che mancavano una manciata di minuti alle sedici.
Pigiai il campanello. Il piantone m’apri e m’introdusse in una stanza d’attesa arredata non con sedie ma con panche lungo le pareti.
Gli mostrai l’ordine di comparizione; telefonò per avvertire della mia presenza, poi ripose le cornetta e rivolto a me riferì scandendo le parole : “ deve attendere. “
L’invito all’attesa funzionò da pungolo per cercare di capire cosa potessero volere da me con tanta urgenza e tanto malcelato astio. E la macchina? Perché avevano chiesto della macchina?
Già la macchina! L’avevo trovata con lo sportello scassato e con tutto quanto c’era dentro in gran disordine quella notte, di qualche mese addietro, quando avevo tenuto il consiglio nell’aula magna dell’istituto della scuola media.
E qualche giorno dopo la bravata mi furono recapitati, strappati e sgualciti, il libretto e la patente di guida.
Dell’effrazione, comunque, ne avevo sporto regolare denuncia, consegnandola nelle mani del maresciallo Giannino della Polizia di Stato, amico mio d’infanzia, che era venuto in municipio a perorare i bisogni di una delle due bande che operavano nel comune.
Ma non bande per l’associazione mafiosa e a delinquere! Bensì bande musicali.
Fui distolto dalle mie elucubrazioni e supposizioni dalla voce del piantone: “ Sono quasi le cinque, il mio servizio per oggi è terminato.”
Lo pregai, prima che se ne andasse, di ricordare a chi di dovere che ero in attesa già da un’ora.
Alzò la cornetta e parlottò; poi, con aria soddisfatta ed enigmatica, profetizzò: “ La stanno venendo a prendere.”
Fui accompagnato al primo piano e lasciato solo in una stanza, con la reiterata prescrizione:” Deve attendere.”
La porta fu richiusa alle mie spalle. Ma quanti bei visi alle pareti! Ritratti in bianco e nero ed a colori! Ed in testa agli album ed in grassetto la scritta RICERCATI, trattino, ASSASSINI.
Mi abbandonai d’istinto sulla sedia davanti alla scrivania, corredata di abat-jour a braccio snodabile e macchina da scrivere.
Mi riebbi alla percezione della mia immagine amminchionita riflessa da uno specchio stretto e lungo quasi tutta la parete.
Dovevo aspettarmi, dunque, un interrogatorio; un interrogatorio in piena regola.
Mi sapevo in pace con la mia coscienza e ben consapevole però che negli accadimenti della vita non basta avere ragione, ma occorre, soprattutto, di saperla dimostrare ed in maniera convincente.
Inoltre, possedevo i mezzi e le qualità per farlo, benché aldilà dello specchio a scrutarmi ed a soppesare ogni mia parola sarebbero stati in tanti , due, tre o anche di più : i miei curiazzi!
Mi affidai al cielo con una orazione.
Parte V –L’interrogatorio.-
Erano quasi le diciotto quando la porta s’aprì. A quell’ora avrei dovuto essere in consiglio, ma, viste le circostanze in cui mi trovavo, era l’ultimo dei miei pensieri.
In abiti civili e un sorriso d’occasione, un uomo sulla quarantina si fece avanti. Con fare bonario m’invitò a rimanere seduto mentre lui prese posto all’altro lato della scrivania, appena sotto lo specchio.
Ora la scena era completa. Io, l’uomo e a sovrastarci, lui, lo specchio: chiaro, stretto, lungo ed infido come le rapide di un torrente nei pendii di montagna.
Un trillo del telefono, un paio di sì d’affermazione e consenso da parte dell’uomo dettero l’avvio alle danze.
U.- Bene sig.….(profferì solo il mio cognome) se lei è d’accordo verbalizzeremo questa nostra…..
….come dire…….amichevole discussione alla fine, se sarà necessario.
Ed io, di rimando e di fioretto : " Mi scusi, ma con chi ho il piacere di parlare?"
U- Sono il maresciallo Tal Dei Tali e mi scusi lei, piuttosto, per non essermi presentato prima.
( Guardai lo specchio. Vi scorsi il diavolo col viso ostentatamente bonario dell’uomo. Ed il diavolo
quando è remissivo, accondiscendente e quasi ammaliante, o ti ha in pugno e gioca con te come il gatto col topo, o vuole da te qualcosa che dovrai pagare a caro prezzo.)
-Non ho nulla in contrario che si verbalizzi eventualmente alla fine – risposi.
( Pronunciai quell’ eventualmente” scandendolo e sputando le sillabe contro lo specchio)
U- Ci risulta che lei è il proprietario di una Dyane 6, colore aragosta, targata……
(Perché insistevano sul colore aragosta? I colori e le aragoste non hanno mai fatto male ad alcuno!)
Accompagnai con l’avanti-indietro del capo il mio: “ Sì, ne sono io il proprietario. “
U- E...la sua macchina è marciante?
(Marciante! Eh già, pensai, per un militare marciare è basilare!)
Alzai gli occhi allo specchio e con un sorriso in chiaroscuro ripetei: “ Marciante, marciante”
L’Uomo è sereno e deciso, sa dove vuole parare ed incalza: “ Chi, oltre lei, guida o ha guidato la macchina?”
(Porca miseria! Ed ora che dico? Confesso, o no? Era successo qualche tempo prima! Lei, giovane straniera, capelli corvini ed occhi nero liquido era stata trasferita da poco in città e non perdeva occasioni, che io comunque cercavo d’evitare facendo anche l’intordonito, per dimostrarmi quanto fosse brava nell’arte dell’arrizzacazzo. Quella sera però, mi fu fatale. Mi chiese di darle rudimenti per i suoi prossimi esami di guida. La portai nella pista, oramai in disuso ed in abbandono, dell’aeroporto di Kinisia. Non feci in tempo a cederle il posto che me la ritrovai di spalle sulle mie cosce, le mani al volante ed era….. senza slip! Sentii il calore sulla pelle delle sue rotondità e l’odore forte del suo sesso, libero da ogni costrizione. Lei innestò la marcia; l’aviogetto rullò sulla pista al rombo forte e selvaggio del motore, poi, prese il volo e scomparve. Quella figlia di buona donna era una ottima guidatrice! Tutte le doppie curve, alternate a destra ed a sinistra, furono tutte nostre ed anche buche, fossi e saltarelli che, ai sobbalzi, lei accompagnava con mugolii di soddisfazione a conferma del gradimento e dell’abile perizia.)
Non alzai gli occhi allo specchio, e risposi : “ Io, io soltanto, guido la Dyane.”
- L’interrogatorio – continuo -Parte V
L’Uomo, non pago, insiste : “ non ricorda di averla imprestata a qualcuno? Di averla lasciata per riparazioni da un lattoniere, un verniciatore, un’autofficina?”
( Guardai lo specchio con occhi supplichevoli quasi per chiedere di porre fine a quello stillicidio di domande per me inconcludenti ed improprie. Ma le vie della giustizia sono, quasi sempre, imperscrutabili e fredde, molto di più di quello stesso specchio, che, algido e silenzioso, mi restituì la mia immagine senza un segno, una spiegazione, un conforto.)
Risposi ancora negativamente alla domanda e quasi per tranquillizzarmi raccontai di come quella notte d’estate, dopo la seduta di consiglio, avevo trovato la Dyane malridotta e con gli oggetti ed i carteggi vari in essa contenuti sparsi sui tappetini ed i sedili.
Conclusi precisando che dell’accadimento ne avevo sporto regolare denuncia, consegnata nelle mani del maresciallo Giannino della Polizia di Stato.
L’Uomo che fino a quel momento mi aveva lasciato raccontare senza interrompermi sembrò scuotersi e così esclamò: “ Ah, il maresciallo Giannino! Ma lo sa che è un caro amico mio? Anzi, sa che faccio? Lo chiamo.”
Compose il numero e poi: “ Ciao Giannino, di sicuro non sapresti immaginare con chi sto chiacchierando! Sono col Sindaco del tuo Paese……..”
Mi disinteressai della telefonata e tornai ai miei pensieri con lo sguardo, fisso ed intenso, rivolto al mio vero interlocutore.
(Sì, di fronte a me, indistinto, inesorabile e sconosciuto, stava lo specchio, il mio vero aguzzino, il mio giudice, l’arbitro del momento che teneva in pugno la mia libertà e la serenità mia personale e della mia famiglia. Ho sempre amato la trasparenza che nelle sue forme di lealtà e schiettezza appartiene ad un codice etico ai giorni nostri sempre più raro e sempre più in disuso. A stento frenai, perciò, l’impulso prorompente di gridargli contro: “ Fuori codardi ed imbelli! Venite fuori da quel miserabile riparo! Ch’io possa vedervi in viso e guardarvi negli occhi! Ch’io possa dire che la giustizia non opera come la mafia che si fa scudo e riparo del buio o di una pianta di ficodindia per fare esplodere la lupara! Ma lo specchio, muto, mi ritornò l’immagine del mio viso, stanco ed a labbra serrate, unitamente alla risposta non data alla mia domanda: “ Quale onore c’è in tutto questo e quale fondamento giuridico?)
Il tambureggiare dell’Uomo con le dita di entrambe le mani sulla scrivania mi riportò alla realtà.
Lo guardai. Mi sembrò confuso ed impacciato e, comunque, palesemente incapace di continuare a porre domande. Aveva bisogno di attingere all’anima nera, lì, aldilà dello specchio.
Si alzò di scatto e, sfuggendo al mio sguardo, bofonchiò: “ Mi attenda per qualche minuto, torno subito.” Qualche passo e s’arrestò con la mano serrata alla maniglia della porta ed il battito netto dei tacchi delle sue scarpe, poi, in semi giravolta del corpo ed in tono leggero, mi partecipò la notizia: “ Ah, dimenticavo! Il maresciallo Giannino la saluta.”
La porta si richiuse alle sue spalle. Mi alzai per sgranchirmi anche nel tentativo di scaricare la tensione, o forse, verosimilmente, alla ricerca di prospettive ottiche diverse che potessero consentirmi di osservare cosa stessero confabulando, aldilà dello specchio, i miei curiazzi.
( Esistono frangenti nella vita in cui anche uno specchio perde la sua anima ed, inspiegabilmente, ogni cosa rimane come nei sogni, senza corpo, né autore, né un perché; come se anche la materia pagasse il suo peccato originale. E per quanto mi sforzassi, non solo non riuscivo a scrutare oltre quella fredda, insulsa materia, ma anche la mia corporeità e la mia immagine erano scomparse nel nulla: dissolte ed irriflesse!)
L’Uomo ritornò nella stanza sfregandosi le mani e raggiunta la sua postazione, come recipiente che trabocca d’acqua, gorgogliò: “ Bene, bene! Lei conosce il Sig..(seguirono none e cognome) ?
Stetti qualche attimo in pensoso raccoglimento, ma, per quanti sforzi facessi, a quel dato anagrafico non riuscivo a dargli un volto, il legame di un ricordo o di un accadimento. Stizzito guardai lo specchio.
( Vi vidi danzare tante maschere che sfuggivano ad una moltitudine di mani che goffamente s’aggrovigliavano nel tentativo vano di abbrancarle. All’improvviso scomparvero e rividi il mio viso, irriconoscibile, sperduto e cupo e molto più somigliante ad un pupo di Tripoli.)
Durante la mia vacazione, l’uomo era rimasto lì, paziente, ad aspettare. Infine, con le labbra arcuate in segno di dubbio e di diniego, gli risposi: “ Quel nome non mi dice nulla! “ Epperò escludo ch’io possa non conoscere un mio concittadino, magari per averlo incontrato in piazza, in un bar, fra comuni amici, o che so io…. in qualunque altro posto. Eppoi nel mio Paese ci si conosce soprattutto e di più con le ingiurie ed i soprannomi!”
( D’istinto guardai lo specchio e vi scorsi, nella sua gabbia, appesa sul muro a lato della parmigiana, il “ calannaruni**” delle sorelle Pisciarasolio. L’uccello alle molestie dei ragazzi si metteva a strepitare gridando forte “ picciriddu, picciriddu, picciriddu ” richiamando così l’attenzione delle proprietarie che, con le scope in mano, s’affacciavano, in un battibaleno, sulla porta, in suo soccorso. All’istante il “calannaruni” si trasfigurò e vidi le mie sembianze che risucchiate dallo specchio si rimpicciolivano a vista d’occhio, sempre di più, sempre di più, fino a scomparire e ricomparire. Ero io il “calannaruni” sul trespolo nella gabbia delle sorelle Pisciarasolio! Ed ero piccolo, indifeso e senza le loro scope a salvarmi!)
L’Uomo s’aprì ad un largo sorriso che accompagnò con allegria all’esclamazione: “ Oh, certo, certo! U Surciteddu…..u Surciteddu! Conosceva lei u Surciteddu?
( U Surciteddu era stato il capintazza di una manata di perciapagliai scansafatiche, che, dopo aver ucciso il lavoro, avevano fatto la scelta obbligata di vivere d’espedienti, usando le intimidazioni e la violenza. In tal modo, il Nostro, era riuscito, quella stessa estate, a guadagnarsi le prime pagine dei quotidiani,quando fu ritrovato cadavere in un casolare di campagna nelle immediate vicinanze del Paese. L’avevano ucciso a colpi di pietra nel tentativo, non riuscito, di rimodellargli la testa.
Un ruggito profondo di felino mi echeggiò nelle orecchie e m’indusse ad alzare gli occhi allo specchio. Vi vidi, in cinemascope, il leone della Metro Goldwin Mayer e subito dopo i titoli di testa cominciò il filmato con le riprese del palazzo municipale, nella sua architettura fiorentina. E c’erano le gazzelle al portone d’ingresso e tante, tante teste di cuoio mischiate a cineoperatori, paparazzi e giornalisti, mentre, a sfiorare la torre merlata, volteggiavano un nugolo di elicotteri. Serrato da ogni lato, sbucai, ai ceppi, dal portone. Dettero tutto il tempo ai media per le riprese, poi,al comando di qualcuno, mi ficcarono, brutalmente, in una gazzella e a sirene spiegate e con il codazzo il corteo s’avviò.)
Guardai l’Uomo diritto nelle pale degli occhi ed ebbi la certezza di averlo scorto, qualche attimo prima, fra i protagonisti del cortometraggio della Mayer, a conferma che è sempre “ amica “ la mano che taglia il bosco!
Mi limitai a commentare: “ U Surciteddu, u Surciteddu….. bella pezza di matapollo!
(Lo specchio era ora la steppa siberiana candida e innevata. Sentii l’ululato famelico del lupo e scorsi nelle fenditure dei suoi occhi neri, spietati e predatori la fiamma della sua selvaggia natura. Capii che era venuto il mio momento)
.
L’U: “ Continui, si spieghi. Cosa vuol rappresentare?"
Io – Non voglio rappresentare nulla che non sia la realtà dei fatti e degli accadimenti. Poco fa, le ho raccontato d’aver trovato la mia Dyane, nella notte, dopo una seduta del consiglio comunale, forzata nello sportello e violata all’interno. Ma, né lei ora, né chi ricevette la denuncia allora dette alcun seguito alla cosa.
L’U: “ E che cosa pretendeva? Quale seguito avremmo dovuto dare?"
(Aveva pronunciato con strisciante ironia ed in modo spocchioso i suoi interrogativi. Ma lo specchio, come un bigliettino di ringraziamento dopo le esequie, stava di fronte a me listato a lutto e tagliato trasversalmente con una bella fascia nera.)
Replicai: “ Accertare, semplicemente, se ci fosse una qualche correlazione fra l’atto intimidatorio che ho subito e la mia carica istituzionale!
L’Uomo con una battuta da ebete: “ Perché? Ce n’era?"
Esclamai con forza: “ Certo che ce n’era e riguardava proprio “ u Surciteddu “ e la sua combriccola!”
L’Uomo sbiancò in viso, poi, come colpito a morte, con un filo di voce, mi rivolse l’invito: “ Esponga, esponga tutto quello che ha da dire.”
Io: “ Con la mia investitura a sindaco, sin dalle prime riunioni di giunta, m’ero ritrovato all’ordine del giorno una montagna di richieste di sussidi e fra queste quella del “ Surciteddu “ e degli accoliti della sua congrega. Solo dopo ampia ed approfondita discussione, feci verbalizzare nel registro delle sedute di giunta che l’Organo esecutivo, all’unanimità, aveva deliberato che non sarebbero state concesse sovvenzioni ad alcuno, se non in casi eccezionali di comprovato, effettivo bisogno.
Dopo qualche settimana dovetti suggerire all’Assessore alla solidarietà sociale, che s’era ritrovato i gaglioffi davanti casa nei momenti più impensati e che perciò temeva per sé e la sua famiglia, di riferire, che non Lui ma il sindaco era contrario all’erogazioni dei contributi. Così dovetti fronteggiare un tentativo di occupazione permanente della mia stanza, che sventai prendendoli per fame e dichiarandomi disposto, io davanti e loro al seguito, a tentare la richiesta di un onesto lavoro che li potesse occupare. Ma di sussidi, neanche a parlarne! Quella sera in cui trovai l’auto danneggiata, erano schierati nella prima fila riservata al pubblico, a braccia conserte ed in atteggiamento provocatorio e di sfida. Queste e null’altro le mie vicissitudini in questa storia con “ u Surciteddu. “
Il trillo del telefono scosse l’Uomo che abbrancò la cornetta. Io volsi lo sguardo allo specchio.
(Vi scorsi la scena dei pifferi di montagna scesi a valle per suonarle ma ritornati alle loro case in rotta e suonati. Vidi le luci della ribalta spegnersi e provai un senso di liberazione e benessere. Lo specchio ustore aveva perso tutta la sua forza, la sua energia, la sua tracotante baldanza.)
Ritornai ad interessarmi dell’Uomo ora intento sulla tastiera della macchina da scrivere.
U- Faccio in un attimo. Una pura formalità. Lei è libero, libero di andare.
Ed io con flemma: “ La ringrazio, ma credo che mi sia dovuta una qualche spiegazione!”
U- Avevamo raccolto la testimonianza di un tizio, che aveva visto aggirarsi nel giorno dell’uccisione “ du Surciteddu “ nei pressi del casolare di campagna dove fu ritrovato cadavere, una Dyane colore aragosta. Poi fra le cose requisite alla famiglia dell’ucciso abbiamo trovato un’agenda con annotato un numero corrispondente a quello della targa dell’auto che appartiene a lei.”
Io: “ E…. vi siete girati il filmino!
L’uomo tacque, si alzò, mi tese la mano. La raccolsi nella mia con una stretta poderosa, mi girai ed uscii per le scale. In macchina, nel breve tragitto che da Trapani porta al mio Paese, ancora in preda al turbinio degli accadimenti, non degnai d’uno sguardo gli specchietti retrovisori, né quello centrale né quello laterale. Convenni con me stesso che erano sicuramente forti, precisi e concordanti gl’indizi di cui disponeva l’Organo inquirente, tanto da farmi supporre, per il modo che mi era stato riservato, che solo per il rifiuto del Magistrato di firmare l’ordine d’arresto, avevo evitato la mia “via crucis” dell’arena mediatica , del disonore e del pubblico ludibrio. Di una cosa però non avrò mai la certezza: se quel Magistrato era uno di quelli per i quali, già da anni, io prestavo il mio ausilio ed il mio lavoro. Amo pensare e credere che non lo fosse!
Spuntai nell’aula consiliare dal lato dell’uditorio, dov’era assiepata la gente. Il Vicesindaco, che in mia assenza stava conducendo i lavori, mi vide e s’alzò ed a imitarlo tutti gli altri consiglieri. Attraversai il salone e sedetti al mio posto. Nessuno, nessuno di loro poteva immaginare, né lontanamente supporre, che quel consiglio si stesse svolgendo per un puro caso del destino!
* “carrateddu”: botte, che, dalle mie parti, ha una capienza di 436 litri.
** calannaruni: Calandra, uccello canoro dell’ordine dei passeracei -
venerdì, 11 maggio 2007
TI BERRO’ MENTRE IL SOLE SI STRUFFELLA
.
in zagara d’agrumi
col suo miele
e fior di timo
selvaggia salsedine egusea
a sorsi misurati
e lungamente
io ti berrò
splendore d’ogni gemma
la più bella
e
di sorrisi in fasci
vita mia
che all’alma
indirizzita
per l’addiaccio
offristi
l’ondivago tepor della marea.
Ombra è la terra
e tuniche i pianeti
il sole
si struffella
alla sua luna
il cielo
prende le forme
del tuo volto
eppur
s’arrota e strozza
al tuo sembiante ancor
la dea bendata
e senza un bezzo
muor
la sorte avversa
venerdì, 11 maggio 2007
JO’ MI FACISSI U GIUMMU COMU I TURCHI
con traduzione in calce
S’apprenni ’nta l’anticu testamentu
chi la fimmina cominciau cu trarimentu!
Adamu,’nsalanutu di la so’ biddizza
scurdannusi lu divietu di lu Patri
scanciau lu pumu, pun pocu di fintizza!
A cauci ’nculu di lu Patreternu fu trattatu
e di lu pararisu alluntanatu.
Si ritruvau ’nta stu munnazzu ostili
acciancu sempri di la so ruci biddizza
pronta all’istanti a corriri in soccorsu
pi megghiu asdirrupallu ’nta lu fossu!
E l’omo chi pari c’avissi scorcia rura
s’arriduci comu mennula muddisa
quannu la so arma....teni tisa!
E basta un nenti,’na carizza o un vasuneddu,
si la menti è stritta di pinseri,
pi lu nostru Orlandu valurusu
fari la fiura...
d’un garrusu!
.
-TRADUZIONE-
IO MI FAREI UN FEZ COME I TURCHI
S’apprende dall’antico testamento
che la femmina cominciò...col tradimento!
Adamo stordito dalla sua bellezza
scordandosi il divieto del Padreterno
barattò la mela in cambio di moine!
Fu preso a calci nel deretano
e dal paradiso allontanato.
Si ritrovò in questo mondo ostile
con a fianco sempre la sua dolce bellezza
pronta all’istante a corrergli in soccorso
per meglio diruparlo.......dentro il fosso!
E l’uomo che pari indossi una clipea
si riduce come mandorla dal molle guscio
quando la sua arma tiene tesa,
e basta un niente,una carezza
o un piccolo bacio caloroso
quando la mente è stretta
nella morsa dei pensieri
perchè il nostro Orlando valoroso
faccia la figura dell’ottuso!
venerdì, 11 maggio 2007
E’ COSI’ CHE AMO QUANDO AMO
.
rubo le tue pupille
per portarle al cuore
e le mie dono
alla voglia d’amore
cerco le mani tue
d’accarezzare
stringere e serrare
per ridonarle
ricolme di baci
cerco la bocca tua
mielosa e dolce
e nella mia la chiudo
si’ che col tempo
possa assaporare
parole dette
in fremiti d’amore
cerco il tuo viso
dagli zigomi sporgenti
come due splenditi
pomi di diamante
che spandono
luce e calore
al tuo incarnato
dolce donna mia
viso di madonna
anch’essi io bacio
e nel liquor
mi perdo
e sul tuo petto
di madre generosa
io poso umilmente
la mia testa
in segno di resa
e di gran festa
non senti giubilar
le stelle in cielo?
il firmamento
gode il nostro amplesso
e gli angeli
tripudiano
con chiasso
tu sei in me
ed io in te giaccio
e cosi’ resto
fin quando lo vorrai
e nel lenzuolo
rivedro’ i tuoi umori
e la traccia
del corpo tuo piccino
che saldamente
ho cinto nell’amore
dolce mia donna
cuore del mio cuore
venerdì, 11 maggio 2007
BUCHERATURE
(LA VITA E’ UN BUCO)
avvertenza : se ne consiglia la lettura con la possibile,migliore,espressiva,cadenzata,recitazione di monologo teatrale.
una vocina
mi dice che la vita
è in un buco
tu dici: buco?
si,e te lo dimostro
qui all’istante
primo riparo
fu del cavernicolo
un caldo buco
i nostri padri
perdean il frumento
per un buchino
roso da sorci
nei sacchi di iuta
ereditati
nei caveau
grazie ad un buco
dei ladri: rapine !
amano poi
derelitti drogati
farsi il buco
cosi’ e’ pure
per chi cerca alloggio:
chiede buco!
pertugio e’
quello dei calzini
quando ti vesti
e’ quello della
doccia otturata...
...degli scarichi !
e quando dici
ho un buco in testa
e stai male ?
lo è anch’esso
buco, seppur mentale
sempre è buco !
e quando della
fame morsa soddisfi
cosa hai chiuso
se non il buco
dello stomaco ?
idem ansie !
s’adopera il
dentista con maestria
e dopo cure
e trapani diversi
paghi della parcella
....il buco chiuso !
la stessa cosa
"chi fa il mestiere"
ti acconsente!
invece pare
del tutto esente
ora " et semper "
il politico
che il buco dei conti
forte accende
e padre Dante
che del peto parlò
come trombetta
la provenienza
ne indicò dal buco...
...con chiarezza !
rimani fermo
con la gomma a terra
dici... bucata !
e nella buca
finisci in auto
spesso... sovente...!
nella scienza
si studia da tempo
e con impegno
cosa siano
nella volta celeste
i buchi neri
perché pare sia
urgente la ricerca
così succede
continuamente
dell’amico svampito
... che ti da’ buca !
dove lo metti
il buco dell’ozono
a noi si’ caro ?
poi quello del tuo
naso e dell'udito
...dell’ombelico !
contrarieta’
nella vita di oggi
tu cosa dici ?
perdinci... pero’..
non tutte le frittelle
hanno il buco !
basta, mi fermo
ti vedo titubante
e non convinto
e dunque cerco
in mezzo alle prove
quella regina
nonno Adamo
se non avesse in Eva
cercato buco
ora certo tu
qui non ti troveresti !
...e soprattutto....
non sarei io
a contar bucherature..
...e impunemente !
venerdì, 11 maggio 2007
I NASTRINI DI SAN ROCCO
-un fortunato incontro in terra di Puglia-
terra d’Apulia
di mattina all’alba
esco di casa
suggeriscono
aneliti di vita
afose notti
freschi olezzi
odorano intorno
e mi rinfranco
qual medicina
al bar della marina
chiedo caffe’
scorgo di lato
a degustar la birra
figura d’uomo
e parla, parla
ma nessuno ascolta
perché... è nunzio
guardo la donna
al di là del bancone
e mi fa cenno
alza tre dita
l’agita nell’aria
... nunzio e’ pazzo!
lo avvicino
sorriso d’innocenza
a me rivolge
con lui siedo
nel portico-veduta
tengo udienza
terre lontane
lingue sconosciute
memoreggia
e’ paladino
della verita’ di Dio
sostenitore
ed e’ chiamato
all’uccision cruenta
d’ogni male
prega -mi dice-
e vedrai il Signor
ti benedice
i genitori
rispettali in amore
e lungamente
in una gerla
di rafia a toppe
mostra un acquisto
del gelsomino
nell’antica casa
porta profumo
d’impeto s’alza
in essa gerla fruga
e poi ritorna
e nel mio collo
dolcemente annoda
nastri tricolor
sei brav’uomo
t’affido a S. Rocco
-egli mi dice-
non temerai
da oggi mai più nulla
manco la morte
e di quel Santo
mi descrive la forza
e l’importanza
mi abbraccia
e sorridente va
fratello nunzio
rimasto solo
stralunato,assorto
colgo realtà
ingrata gente
io son con Nunzio
e fortemente!
e per S. Rocco
a lenir sofferenze
m’offro gaudente!
giovedì, 10 maggio 2007
ARCHITETTO, DI VOLTA IN VOLTA,
IN VERSATILI VERSI, A BARCELLONA
.
Ad arco
mi tendi a sesto acuto
fino a piegarmi inflesso
o
a fiamma di carena,
lobato
nel mio rialzato trono bizantino
guido moresco e scalcio
a ferro di cavallo acuto
il mio somaro
che
a tutto sesto
e con ardor rampante
lesto s'inerpica in salita
ma dura poco
e a sesto ribassato
torna ciò che in vita è stato:
libero d'essere..........
......fermamente scemo.
A volte
mi rimpinzi a botte
mi fai sentire
gotico e a crociera
mentre a ventaglio
smuovo l'aria intorno
e non bastano fumi liquorosi
per evitare di sentirmi a schifo
e solo a vela
sulla poppa tua
perdo la tramontana
e son maestro!
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